E’ fuga dagli istituti tecnici

Un articolo del Sole24Ore dimostra come in 10 anni gli istituti tecnici abbiano perso appeal, le cause sono da ricercare nella disastrosa riforma Gelmini che ha tagliato le ore di attività laboratoriale che permettevano una formazione completa agli studenti.

 

È fuga dall’istruzione tecnica: nell’ultimo decennio questo segmento della scuola superiore che sforna geometri, ragionieri e periti nei campi della meccanica, elettronica, trasporti, chimica, tessile, ha perso quasi 120mila studenti, 117.122 ragazzi per la precisione, toccando, nel 2016/2017, l’anno scolastico appena conclusosi, il minimo storico di appena 821.078 alunni (si pensi che a fine anni ’90 gli studenti iscritti “al tecnico” si attestavano intorno al milione).

La fotografia del Miur

Demografia a parte (che pure pesa, con una natalità ai minimi termini) è ormai un po’ che gli istituti tecnici sono abbandonati al loro destino. Lo testimonia il calo delle iscrizioni al primo anno: dal 2010, anno dell’ultima riforma, in poi, le scuole tecniche, suddivise in due macro-settori Economico e Tecnologico e 11 indirizzi, vengono scelte da meno un giovane su tre (30,5% del totale degli iscritti alle superiori). Allo stesso tempo, sono aumentati i ragazzi nei licei: in 10 anni di quasi 40mila unità (l’anno del “sorpasso” è stato il 2007/2008, quando le statistiche forniteci dal ministero dell’Istruzione segnano, in quel periodo, 931.749 studenti ai licei, 930.578 negli istituti tecnici).

I motivi del crollo

Le motivazioni di questa profonda inversione di tendenza nelle decisioni di famiglie e studenti sono diverse, sia di natura didattica, sia soprattutto politiche. Sotto il primo profilo, c’è sicuramente un carente orientamento alle medie (gli istituti tecnici scontano ancora la sbrigativa e ingenerosa etichetta di scuole di “serie B”). C’è poi il numero elevatissimo di discipline nel biennio iniziale (in classe si sta 32-33 ore a settimana, a seconda di come viene collocata l’ora di geografia economica, contro le 28 ore di un liceo, opzione scienze applicate); e la “pratica” laboratoriale è scarsa: «Oggi, per esempio – racconta Maurizio Chiappa, preside di un istituto tecnico – materie come fisica e chimica hanno ciascuna una sola ora laboratoriale a settimana, prima erano due. Anche disegno è sceso da tre ore a una sola. Per non parlare di informatica: qui gli alunni fanno didattica sul campo per appena tre ore a settimana».

Male ragionieri e periti elettronici-elettrotecnici

Così facendo gli istituti tecnici hanno attenuato, o forse sarebbe meglio dire perso, quell’identità professionalizzante, che invece la riforma del 2010 puntava a sviluppare. Il segnale più evidente è la caduta di nuovi alunni nei vari indirizzi: dal 2010/2011 al 2016/2017 le iscrizioni al primo anno all’Elettronico-elettrotecnico sono passate dal 3,2% del totale iscritti alle superiori al 2,6% (una diminuzione del 20% circa – qui a pesare sono programmi un po’ datati e che mettono insieme specializzazioni diverse fra loro). In discesa pure l’indirizzo Cat (ex geometri – dove peraltro è quasi sparito l’insegnamento del diritto); e quello Amministrazione, finanza, marketing (le iscrizioni si sono ridotte da 11,9% a 7,8%). Più o meno resistono gli indirizzi di Meccanica e Moda; in leggera crescita Informatica, Chimica e Trasporti.

La soppressione della dg Istruzione tecnica

Il punto è che da anni l’istruzione tecnica è “terra di nessuno”: gli ultimi i ministri dell’Istruzione si sono voltati dall’altra parte (la legge 107 neppure ne parla pur riformando l’istruzione professionale), e addirittura Maria Chiara Carrozza, in ossequio alla spending review, ha soppresso la cabina di regina ministeriale (la direzione generale per l’Istruzione tecnica). Siamo, inoltre, l’unico paese al mondo a non avere una struttura interdipartimentale dedicata alle scuole tecniche e professionali, e al legame con imprese e territori.

A poco sono valsi, finora, gli appelli del mondo politico/istituzionale: su questo giornale, nel tempo, si sono espressi a sostegno dell’istruzione tecnica, tra gli altri, Romano Prodi, Luigi Berlinguer, Mariastella Gelmini, Cesare Damiano, Maurizio Sacconi, Valentina Aprea.
La mancanza di attenzione a questo mondo sta facendo danni: ogni anno sono circa 60mila i profili che le aziende non riescono a trovare, quasi tutti profili tecnici; un dato che stride con un tasso di disoccupazione giovanile che in Italia, seppur in calo, si attesta comunque intorno al 37% (peggio di noi in Eurolandia solo due paesi, Spagna e Grecia). Un peccato mortale, se si pensa, che fino agli anni Novanta, l’istruzione tecnica ha guidato lo sviluppo industriale italiano, creando ricchezza, prodotto, innovazione.

Il Miur: migliorare l’aspetto comunicativo

«Non c’è dubbio che qualcosa si sia bloccato – ammette Fabrizio Proietti, dirigente del Miur che si occupa di istruzione tecnica -. Tuttavia l’offerta didattica resta valida: l’indirizzo Amministrazione, finanza e marketing, per esempio, contiene nel proprio curriculo tutte quelle competenze, dall’imprenditorialità al digitale, che Europa2020 ritiene strategiche. Certamente, va migliorato l’aspetto comunicativo».

Confindustria: basta dimenticarci dell’istruzione tecnica
«Siamo all’emergenza – ha tagliato corto il vice presidente per il Capitale umano di Confindustria, Giovanni Brugnoli -. Non riusciamo a trovare tecnici specializzati per le nostre aziende e nemmeno a coprire il turn-over dei prossimi anni. Dobbiamo certamente potenziare l’orientamento. Ma bisogna coinvolgere famiglie e docenti per far vedere loro quanta impresa c’è nel territorio, e quali opportunità riesce a offrire ai giovani preparati. Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa, il settimo nel mondo. Dobbiamo fare in modo che tutti ne siano più consapevoli affinchè si acquisisca cultura industriale e coerenza di comportamenti. Basta dimenticarci dell’istruzione tecnica”.

fonte Il Sole24Ore